Collaborare è una scelta o dipende dai casi?
Il lavoro in team non è qualcosa che avviene in maniera spontanea e naturale, è molto più frequente che da soli proviamo a trovare la soluzione che ci serve, senza coinvolgere gli altri. Questo accade perché quando coinvolgi altre persone sei chiamato a negoziare con loro le modalità di lavoro, la velocità, le procedure e questo non è sempre facile.
Come dico sempre in aula nel Team working 1+1 può fare anche 3, o anche 4, se quel team lavora da vero team, ma può fare anche 1, o 0, se quel team lavora come un gruppo di persone messe forzatamente nello stesso posto.
Nelle aziende di oggi nessuno è totalmente indipendente, ogni funzione ha un suo grado di connessione con le altre, e questo accade al di là della specializzazione o del rango gerarchico di appartenenza, così come nessuno è totalmente dipendente da un altro, ogni ruolo ha un suo spazio di responsabilità, di decisione, piccolo o grande che sia. La corretta formula per descrivere il grado di connessione tra lavoratori è l’interdipendenza, il mio lavoro incide sul tuo ed il tuo sul mio, a più livelli e in diverse direzioni.
In un contesto interdipendente possiamo permetterci di non aprirci alla collaborazione? La risposta è netta, NO! Non per una questione morale o sentimentale, perché è bello fare team, essere solidali l’uno con l’altro, essere brave persone, di cuore. Queste sono tutte cose ottime, ma non devono risultare necessarie per avere in azienda un clima di collaborazione costante e spontaneo.
La collaborazione non è un vezzo solo delle brave persone, degli empatici, dei solidali, degli amici, di quelli che mi stanno simpatici. La collaborazione è un asset necessario per poter svolgere il proprio lavoro. Per cui che tu sia espansivo o chiuso, che tu sia circondato da amici o da persone che ti stanno antipatiche, che tu ti sia svegliato con l’umore giusto o con quello sbagliato sei chiamato sempre a collaborare al meglio che puoi.
Ho tenuto l’anno scorso un team building a Bologna ambientato in una palestra di basket, per una nota azienda di borracce. Un team molto giovane guidato da me e da un ex giocatore di basket di serie A, è stato anche allenatore e ora dirigente, Davide Lamma. La mattina il team è stato con me dove con un’attività a tema basket abbiamo fatto emergere parecchi temi per loro utili sul team e sulla leadership. Nel pomeriggio il team è stato guidato da Davide il quale, da esperto allenatore di basket, ha insegnato e applicato degli schemi di movimento tipici del gioco della pallacanestro. E nelle fasi conclusive Davide disse che il giocatore di basket deve avere due prerequisiti per poter entrare in campo, deve stare attento, quindi ascoltare le indicazioni dell’allenatore, e deve collaborare facendo la propria parte in maniera coordinata con gli altri. Se non si hanno queste due impostazioni di base non è che non si vince, non si può proprio scendere in campo.
Dovrebbe essere così anche sul lavoro, collaborare è un must, non una scelta, e questo perché non c’è altro modo per far funzionare al meglio questa interdipendenza che caratterizza la maggior parte dei lavori che svolgiamo. Anche se è difficile, anche se non ti piacciono molto, impegnati a trovare una modalità che ti permetta di restare in contatto, di aiutare, di andare in supporto, di dialogare il più possibile.





























