Collaborare è una scelta o dipende dai casi?

Il lavoro in team non è qualcosa che avviene in maniera spontanea e naturale, è molto più frequente che da soli proviamo a trovare la soluzione che ci serve, senza coinvolgere gli altri. Questo accade perché quando coinvolgi altre persone sei chiamato a negoziare con loro le modalità di lavoro, la velocità, le procedure e questo non è sempre facile.

Come dico sempre in aula nel Team working 1+1 può fare anche 3, o anche 4, se quel team lavora da vero team, ma può fare anche 1, o 0, se quel team lavora come un gruppo di persone messe forzatamente nello stesso posto.

Nelle aziende di oggi nessuno è totalmente indipendente, ogni funzione ha un suo grado di connessione con le altre, e questo accade al di là della specializzazione o del rango gerarchico di appartenenza, così come nessuno è totalmente dipendente da un altro, ogni ruolo ha un suo spazio di responsabilità, di decisione, piccolo o grande che sia. La corretta formula per descrivere il grado di connessione tra lavoratori è l’interdipendenza, il mio lavoro incide sul tuo ed il tuo sul mio, a più livelli e in diverse direzioni.

In un contesto interdipendente possiamo permetterci di non aprirci alla collaborazione? La risposta è netta, NO! Non per una questione morale o sentimentale, perché è bello fare team, essere solidali l’uno con l’altro, essere brave persone, di cuore. Queste sono tutte cose ottime, ma non devono risultare necessarie per avere in azienda un clima di collaborazione costante e spontaneo.

La collaborazione non è un vezzo solo delle brave persone, degli empatici, dei solidali, degli amici, di quelli che mi stanno simpatici. La collaborazione è un asset necessario per poter svolgere il proprio lavoro. Per cui che tu sia espansivo o chiuso, che tu sia circondato da amici o da persone che ti stanno antipatiche, che tu ti sia svegliato con l’umore giusto o con quello sbagliato sei chiamato sempre a collaborare al meglio che puoi.

Ho tenuto l’anno scorso un team building a Bologna ambientato in una palestra di basket, per una nota azienda di borracce. Un team molto giovane guidato da me e da un ex giocatore di basket di serie A, è stato anche allenatore e ora dirigente, Davide Lamma. La mattina il team è stato con me dove con un’attività a tema basket abbiamo fatto emergere parecchi temi per loro utili sul team e sulla leadership. Nel pomeriggio il team è stato guidato da Davide il quale, da esperto allenatore di basket, ha insegnato e applicato degli schemi di movimento tipici del gioco della pallacanestro. E nelle fasi conclusive Davide disse che il giocatore di basket deve avere due prerequisiti per poter entrare in campo, deve stare attento, quindi ascoltare le indicazioni dell’allenatore, e deve collaborare facendo la propria parte in maniera coordinata con gli altri. Se non si hanno queste due impostazioni di base non è che non si vince, non si può proprio scendere in campo.

Dovrebbe essere così anche sul lavoro, collaborare è un must, non una scelta, e questo perché non c’è altro modo per far funzionare al meglio questa interdipendenza che caratterizza la maggior parte dei lavori che svolgiamo. Anche se è difficile, anche se non ti piacciono molto, impegnati a trovare una modalità che ti permetta di restare in contatto, di aiutare, di andare in supporto, di dialogare il più possibile.

I dilemmi della Leadership (parte 2)

Osservando i leader in azione e misurando il loro operato con diversi modelli teorici virtuosi (i 5 livelli di Maxwell, le 21 leggi del leader di Maxwell, i 6 stili di leadership di Goleman…) e vivendo con loro dinamiche esperienziali che fanno emergere gli stili di ciascuno con i loro pro ed i loro contro, ci siamo spesso confrontati su un’altra dinamica che presenta elementi di ricorsività tra i vari leader, la difficoltà di togliere le mani dall’operatività.

Un leader è tale perché ha bisogno di lavorare sulla strategia, guidare significa sbattere la testa sulla strategia, e per fare questo serve tempo ed energia, se il leader resta imbrigliato dall’operatività diretta non avrà abbastanza tempo e abbastanza energia per dedicarsi degnamente alla parte strategica.

Questo principio è ben accettato in linea teorica dai leader, ma nella pratica poi rappresenta difficile da applicare.

Tutti i leader devono togliere le mani dall’operatività? No, credo sia un processo graduale, più si sale in gerarchia e meno ci si deve “sporcare le mani”, questo significa che ci sono delle posizioni di leadership dove è ancora consentito restare a contatto con l’operatività in quanto la parte di strategia che devono gestire non è tale da occupare tutto il loro tempo.

Uno dei temi più utilizzati in queste discussioni è quello della delega, perché “come faccio a non occuparmi io di questa cosa se gli altri non sono in grado?”, davanti a obiezioni del genere, il pensiero che mi viene in mente è “cosa significa essere leader?”. Un leader è tale se guida e fa crescere, per guidare ci sono tanti modi, per far crescere pochi, molto noti, e poco praticati. Uno su tutti è la DELEGA.

Io faccio e tu mi guardi fare, io faccio e tu mi aiuti nel fare, tu fai e io ti aiuto, tu fai e io guardo, tu fai e io mi dedico ad altro.

Il percorso è questo, e se hai firmato per un ruolo da leader hai anche sottoscritto che sei disposto a delegare. Delegare significa sentirsi vulnerabili, non avere la piena certezza che il lavoro avverrà esattamente come lo avresti fatto tu, questo va accettato. Ovviamente non in modalità irresponsabile, ma avendo ben curato tutte le fasi della delega, più fai crescere chi ti è intorno, più puoi occuparti della parte strategica, più la tua leadership sarà forte, perché oltre a raggiungere risultati avrai fatto crescere le persone che ti circondano e questo lascia un segno profondo.

Altra popolare obiezione per difendere il proprio fortino operativo è “ma se non opero non mi aggiorno, e se non mi aggiorno come faccio a guidare?”. Qui la trappola che ci raccontiamo per conservare le mani sulle attività è “solo operando posso restare aggiornato”, ma è proprio così? Anche no. Si può attingere dall’esperienza altrui, di persone a cui hai insegnato il lavoro e sono andati anche oltre, da chi scrive leggendo libri e conservando fresche le tue competenze, osservando i tuoi lavorare si impara molto.

Infine un’ultima dichiarazione d’amore verso l’operatività è “ma a me piace proprio occuparmi di vendita/codice/produzione…”, qui esce fuori la passione originaria, e su questa ammetto che un po’ di credito lo comprendo, qui il confine posto all’operatività può manifestare un po’ di flessibilità, magari su cose piccole o progetti collaterali a quelli principali, giusto per tenere viva la propria passione.

Il leader guida, e per guidare serve strategia, e per avere strategia serve tempo ed energia, è lì che servi, è lì che sei più utile al tuo team.

I dilemmi della Leadership (parte 1)

Per lavoro giro molte aziende e incontro molti leader (presunti tali): amministratori delegati, ceo, manager a vari livelli, proprietari… e nel confronto con queste persone sto riconoscendo una ricorsività, ci sono dei temi che sono quasi sempre presenti in chi vuole migliorare la propria leadership.

Il primo elemento è la difficoltà di dire ciò che serve, anche quando questo è scomodo e può ferire l’animo di qualcuno, a volte si pensa che il “capo” sia per lo più la persona dispotica, che urla e in maniera arrogante e che si impone sugli altri, ne esistono, ma non rappresentano la maggioranza. Sono molto più numerosi i leader che la voce non la sanno alzare, che non sanno sbattere i pugni sul tavolo e che non sanno dare notizie negative o prendere decisioni impopolari.

Questa difficoltà nasce dal fatto che sono brave persone, di cuore, empatiche, e queste sono sicuramente cose buone, anzi necessarie, ma la bontà non va confusa con la codardia.

Tanti leader hanno paura di alzare la voce (quando serve) perché temono di perdere consenso, e questo preferire il consenso a ciò che andrebbe fatto (quindi ai risultati) porta questi leader a preferire una (apparente) tranquillità immediata piuttosto che una realtà lavorativa più organizzata, corretta e più capace di raggiungere gli obiettivi fissati.

Spesso sento dire: “ma non voglio essere cattivo”. Nessuno vuole essere una cattiva persona, infatti se associamo l’alzare la voce, dare feedback negativi netti e precisi, correggere il tiro appena serve, allora non adotteremo mai questi atteggiamenti, proprio perché non vogliamo essere cattive persone. Ora però andiamo a sostituire la parola “cattivo” con “incisivo”, ecco questa è più adeguata, anche perché non siamo cattivi quando correggiamo qualcuno che va corretto, siamo generosi, attenti, ci prodighiamo per la crescita dell’altro, anche rischiando di apparire antipatici, ma lo facciamo lo stesso perché sappiamo che è la cosa giusta da fare.

In molti modelli teorici della leadership questo tema è presente, essere più di relazione o più di risultato? La scelta può dipendere dai contesti, ma fintanto che ci troviamo all’interno di un’azienda privata la scelta deve ricadere leggermente verso il risultato. Ciò vuol dire che quando ti trovi al bivio in cui devi scegliere se dare una notizia scomoda in modo chiaro senza addolcire nulla, o se preferisci evitare o rendere la notizia tutto sommato non così male per evitare di sconvolgere l’altro, devi scegliere sempre la prima opzione.

Andiamo su un punto ora, evito di essere diretto per proteggere l’altro, perché ho timore che possa offendersi… è proprio così che stanno le cose? Io credo di no!

Quando evitiamo di essere diretti ed incisivi (quando serve) non stiamo proteggendo l’altro, ma stiamo proteggendo noi stessi, perché non vogliamo perdere consenso, non vogliamo rischiare di restare soli, non vogliamo attivare conflitti, non vogliamo spendere energie emotive per gestire una potenziale situazione critica. È un meccanismo di difesa più che di cura dell’altra persona. Inoltre, quando dobbiamo correggere qualcuno e non lo facciamo nei tempi giusti e con una modalità chiara e precisa, causiamo un danno nell’altro, perché la nostra correzione non arriverà con la precisione ed importanza che aveva nella nostra testa, l’altro non capirà esattamente cosa deve correggere e perché e quindi continuerà a sbagliare creando attorno a sé una serie sempre maggiore di errori che porteranno le sue performance a diminuire di qualità fino a mettere a rischio la sua carriera. Questa non è solidarietà, come invece ci piace raccontare e raccontarci.

Per cui cari leader, coraggio, quando serve alza la voce, da feedback negativi, prendi decisioni scomode e impopolari, fatti sentire! Il tuo team ne ha bisogno.

“Il vero nemico del cambiamento? Non è la paura. È la convenienza.”

Immagina un burattino che si muove in base ai fili che muove il burattinaio.

Questo burattino però è particolare non sa di avere un burattinaio che lo muove ed è quindi convinto che i suoi movimenti siano una diretta espressione della sua libertà.

Gli piace molto pensarla così, anche quando qualche movimento che fa non lo comprende proprio, non sa perchè ha fatto ciò che ha fatto, e non se lo sa spiegare, ma questi dubbi sono fugaci, veloci, una scrollata di capo e vanno via.

Nella nostra vita le cosa a volte vanno proprio così, i nostri atteggiamenti brutali, le nostre reazioni eccessive, i nostri pensieri logoranti, le nostre risposte sgarbate, le nostre decisioni comode e improduttive, non le capiamo, se ci fermiamo un attimo ad analizzarle non sappiamo del perchè facciamo ciò che facciamo.

In realtà non è nemmeno detto che ci fermiamo ad analizzarle, perché fermarsi ad ascoltare ciò che di diciamo ed osservare attentamente ciò che facciamo significa accettare l’idea che siamo vulnerabili, che siamo imperfetti, che la ragione non è sempre dalla nostra parte, e questo spaventa. Ci vuole molto coraggio per guardarsi allo specchio certe volte.

E la storia del burattino e burattinaio? Chi è il burattino? Noi? E chi è il burattinaio? Siamo noi in entrambi i ruoli. Il burattinaio è il condensato di convinzioni che abbiamo maturato lungo il nostro percorso e che ci portiamo dietro ovunque andiamo.

Sappiamo bene la distinzione tra convinzioni potenzianti e convinzioni limitanti (si badi bene che la distinzione non significa quelle buone da quelle cattive, perché anche le potenzianti possono creare danni), il punto è, perché ci tratteniamo le convinzioni che sappiamo esserci d’ostacolo?

La risposta è “perché non ci fanno abbastanza male”, fanno male ma è un dolore sopportabile, e inconsapevolmente facciamo una scelta, preferiamo conservare un dolore noto e sopportabile a qualsiasi cosa possa sostituirlo, perché è nuovo, quindi è ignoto, quindi…mi sto così che poi tanto male non va.

Per cui si, il primo ostacolo al cambiamento è la convenienza di restare all’interno di ciò che già conosciamo, anche se ci fa male, ma non tanto da doverci necessariamente farci qualcosa.

Pensate per un attimo a chi conserva l’abitudine negativa di fumare, lo sai che fa male ma pensi che è sopportabile, che i benefici superano i danni, e che tutto sommato non è così grave come vogliono farti credere. Se le tue convinzioni, consapevoli o inconsapevoli (quindi sommerse), sono di questo tipo continuerai a fumare tranquillamente. Poi però abbiamo sentito della storia di quel nostro amico che dal suo corpo ha ricevuto un segnale molto forte, si è spaventato, ora l’abitudine negativa ha fatto più male, e da quel giorno ha buttato le sigarette per sempre.

Non serve che ci venga un coccolone o che accada necessariamente qualcosa di spaventoso, basta accorgersi di ciò che mi spinge a fare ciò che faccio e a pensare ciò che penso, basta riconoscere i fili che ti muovono e, da adulti, prendere la decisione che a te non sta più bene proseguire così aprendoti al cambiamento.

OBIETTIVI, SI MA DA DOVE NASCONO?

È molto utile usare questo periodo di pausa dal lavoro come momento per far ri”posare”” i pensieri, valutare e guardare avanti, definendo nuovi obiettivi.

Ed è fondamentale scoprire come definire un obiettivo in maniera precisa, in modo da aumentare le probabilità di successo.

Così come è importante lavorare sulla motivazione, avere un perché definito, sapere per chi o per cosa stai facendo ciò che stai facendo.

MA

Se conosco solo numeri da 1 a 10, la mia mente può desiderare 11? E 20…?

La risposta è NO!!!

Qual è a misura dei tuoi desideri?

Da dove nascono i nostri obiettivi? La risposta è dalla nostra testa, si proprio da lì! E la nostra testa cosa è in grado di desiderare? Cosa conosce? Fin dove può spingersi?

È la nostra testa che definisce i confini dei nostri desideri.

Se la tua mente non riesce ad accogliere un’idea, perché essa oggi ti appare troppo grande, lontana, fortemente improbabile, allora quell’idea non rientrerà mai tra i tuoi desideri.

A volte, e spero sia capitato anche a te, dentro avvertiamo un desiderio profondo, una sensazione di inadeguatezza, un’esigenza di essere più di ciò che siamo oggi, e allo stesso tempo sperimentare l’incapacità di saper tradurre in parole ciò che proviamo.

Ecco quello è un desiderio, che senti, ma che va oltre i confini della tua mente, per questo non riesci ad esprimerlo a parole. E quando ciò accade, quel desiderio è destinato a restare così, una sensazione…

Prima di lavorare sulla corretta formulazione degli obiettivi, c’è un passaggio che va fatto e che può, da solo, rivoluzionare la nostra vita, svoltarla, arricchirla. Si deve partire dal “chi sono”.

Ora non voglio esagerare, ma lo sai che esiste un piccolo gruppetto di persone su questo pianeta che nella loro testa hanno la concreta possibilità di desiderare di arrivare su MARTE!!! SU MARTE!!!

E pensare che la maggior parte delle persone desidera solo un po’ di tranquillità in più.

 

Nel mio lavoro di Coach spesso incontro ragazzi che hanno desideri poveri, non perché hanno voti bassi, non perché non hanno un livello di QI alto, ma solo perché hanno una mappa mentale ridotta, dove desideri più ricchi non trovano posto. Quando ciò accade è triste, perché, in potenzialità, tutti possiamo fare grandi cose, solo alcuni ci riescono!

Per ogni giustificazione che ora stai ripetendo nella tua testa, dalla più semplice alla più complessa, esiste su questa Terra una persona che ha affrontato la tua stessa battaglia e l’ha vinta, quindi niente chiacchiere, niente scuse.

 

Ora ti chiedo di fare una cosa, prendi un foglio, scrivi il miglior obiettivo professionale o personale che ti puoi augurare, pensaci, l’obiettivo deve essere per te verosimile, e scrivilo. Bene ora rileggilo e chiediti, è veramente questo l’obiettivo più ricco che posso permettermi? Il più alto? Il più desiderabile?

 

Gli obiettivi che ti stai ponendo oggi da quale tipo di mente sono partoriti?

Da una mente libera, aperta, ricca, consapevole delle sue potenzialità e competenze, piena di energia, coraggio, speranza, ottimismo, voglia di crescere, migliorare e contribuire in maniera positiva in questo mondo?

Oppure nascono da una mente condizionata, impaurita, stanca, arresa, che si concentra sugli errori, sui difetti, sulle raccomandazioni altrui, che lavora a basso consumo energetico, ristretta dalle proprie convinzioni su di sé, sul mondo e sugli altri?

 

Dobbiamo imparare ad accettare dentro di noi la consapevolezza che abbiamo tutto il necessario per puntare ad obiettivi importanti, sfidanti, non dobbiamo accarezzare la superficie ma dobbiamo scendere in profondità, sporcarci le mani, fare la differenza, arrivare al cuore delle cose, dobbiamo avere il coraggio di conservare la nostra mente aperta, allontanare ciò che la condiziona in maniera negativa, e difendere e incoraggiare il nostro entusiasmo e fede nel futuro.

Certo, questo non vuole essere una formula magica che risolve tutti i problemi, ma rappresenta l’impostazione di base che ci può permettere di accogliere nella nostra vita obiettivi importanti, che possono arricchire la nostra vita e quella degli altri, che possono far nascere nuove strade nel lavoro e nella vita privata.

Una volta costruita la base, le fondamenta solide, solo allora possiamo iniziare a parlare di obiettivi, non quelli che puntano alla sufficienza, ma quelli che vanno verso l’eccellenza, e spesso la raggiungono, e spesso la superano!

L’importanza del FOCUS

Qual è la differenza tra chi si concentra sulle soluzioni e non sui problemi?

Qual è la differenza tra chi sa superare momenti tristi e chi ne resta legato?

Qual è la differenza tra chi sa cogliere opportunità in una crisi e chi si fa travolgere?

Qual è la differenza tra un ottimista ed un pessimista?

 

Molte domande diverse tra loro, ma con un’unica risposta, il focus!

Qualunque esperienza ci capita di vivere possiamo sempre scegliere su cosa concentrarci, mi spiego meglio.

Nella nostra vita ci sono fattori che possiamo controllare, come ciò che diciamo, ciò che facciamo, ciò che pensiamo e anche ciò che proviamo (si, si può fare, ma ne parliamo in un altro articolo), ci sono invece altre cose su cui non abbiamo alcun potere di controllo, e queste sono tutte le cose che accadono al di fuori di noi, ciò che dicono o fanno le altre persone, eventi naturali, un lutto, crisi finanziarie…una pandemia. Eventi piccoli e grandi che possiamo solo accettare e fare del nostro meglio per uscirne il prima possibile.

 

Prendete questo periodo, ma quanto siamo impotenti di fronte ad un evento globale come questo? È incredibile quanto ci troviamo disarmati, e non possiamo farci nulla, se non impegnarci ad uscirne il prima possibile con l’aiuto della scienza.

Ora, le esperienze accadono, quelle belle e quelle brutte, e va bene così perché la vita è fatta così, non possiamo controllare tutto, però anche nelle esperienze che non possiamo controllare c’è sempre una scelta che possiamo fare: su cosa ci vogliamo concentrare? Su cosa vogliamo puntare il nostro focus?

 

Se, ad esempio, osserviamo i risvolti economici che questa pandemia ha causato e sta ancora causando, possiamo notare come alcuni si siano fatti travolgere dagli eventi, altri invece si sono focalizzati sulle opportunità e sugli spazi che questo periodo ha aperto creando nuove modalità di business, e portando avanti, o addirittura facendo crescere le proprie attività imprenditoriali.

È questione di focus, se mi concentro su ciò che ho perso, su ciò che non posso fare più, su ciò che mi manca, allora sarò dominato da emozioni negative tanto pesanti che mi impediranno alcun tipo di slancio verso una nuova direzione e la disperazione prenderà il sopravvento. Se invece, pur consapevole di ciò che mi manca, riesco a voltarmi e a guardare nella parte di cambiamento che mi offre nuove opportunità, allora riesco, con rinnovato entusiasmo, e tentare nuove strade, a trovare nuove soluzioni, che mi aiutano ad andare avanti, magari anche migliorando.

 

Questo è l’esempio di persone come Bebe Vio, o Alex Zanardi, entrambi vittima di qualcosa di grave e a cui la maggior parte di persone avrebbero risposto con frustrazione, bene loro invece hanno deciso non di focalizzarsi sulla parte di corpo che avevano perso, ma su tutto ciò che avevano ancora a disposizione, si sono focalizzati su ciò che resta, ed è questo che gli ha permesso, con il sorriso sul volto, di iniziare una nuova vita.

 

Da poco, in famiglia, abbiamo subito un lutto molto grave, queste cose non si superano, bisogna solo imparare a conviverci, e anche qui è questione di focus, perché se resti concentrato sulla mancanza allora è normale che la disperazione sia sempre lì a farci compagnia, ma se invece ci focalizziamo su tutto ciò che è stato, sulla bellezza di una vita spesa insieme, e sul fatto che fino all’ultimo giorno questa persona cara ha potuto sentire il nostro affetto vicino, allora il nostro pensiero si addolcisce, impariamo ad essere grati del bello che c’è stato, ovviamente questo non ci conduce alla gioia, ma ci aiuta a convivere con queste sfide che molti di noi portano dentro e ad andare aventi.

 

C’è sempre una scelta: dove vuoi focalizzarti?

GLI OBIETTIVI NON FUNZIONANO

Come strutturare gli obiettivi in modo che funzionino…davvero

Obiettivi, obiettivi, obiettivi, questo è il mantra supremo che governa i pensieri di un professionista, dobbiamo raggiungere gli obiettivi.

Nel mondo della formazione la “corretta formulazione degli obiettivi” è un argomento molto diffuso, utile e venduto come la soluzione a tutti i problemi.

L’attenzione agli obiettivi è qualcosa che c’è da sempre, una grande spinta l’ha data la PNL, in quanto nel suo programma c’è tutta una parte legata alla corretta formulazione e a strumenti che ne potenziano la motivazione.

Strutturare gli obiettivi è fondamentale per poterli raggiungere, seguendo le regole ormai diventate note, come porli sempre al positivo, esprimendo cosa vuoi ottenere piuttosto che dire da cosa ti vuoi allontanare; renderli tangibili e misurabili, deve riguardare qualcosa che è sotto la nostra diretta responsabilità, il cui risultato dipende al 100% dal nostro agire; deve essere ecologico per noi, cioè compatibile con le altre aree di vita, e per gli altri, cioè non arrecare danno all’altro; e bisogna verificarne le risorse (soldi, tempo, salute, conoscenze, contatti, stati d’animo…).

Seguire queste regole è importante, altrimenti il proprio agire è un fare senza uno scopo preciso, che il più delle volte porta a tanta stanchezza e a pochi risultati. 

Da soli, però, gli obiettivi, anche ben formati, non funzionano. Definire bene un obiettivo corrisponde ad avere una chiara strada da percorrere, la strada è stata individuata, è percorribile, ma questo non significa che il percorrerla avviene in automatico. In questo ci vengono in aiuto alcuni strumenti che puntano sulla motivazione, come ad esempio la mappa degli obiettivi, strumenti che uso sistematicamente ogni anno e mi aiuta tantissimo; cogliere il meta-obiettivo, cioè qual è il motivo profondo per cui hai fissato l’obiettivo; ed infine la tecnica della visualizzazione utilizzata da tanti professionisti e campioni dello sport a livello mondiale (su questo è interessante la storia del nuotatore statunitense Michael Phelps, o del lottatore McGregor, e di tanti altri).

È sufficiente? Spesso no. E quindi cos’è che fa la differenza tra chi riesce a realizzare i propri obiettivi e chi no? Chi ci riesce una volta sola e chi invece lo fa in maniera sistematica?

La risposta sono le abitudini. Uno degli equivoci che c’è dietro il fascino degli obiettivi è legata alla presunzione (sbagliata) che se strutturi bene l’obiettivo dopo è facile e veloce raggiungerlo! È la promessa della ricompensa immediata che ci porta ad osannare gli obiettivi, perché ci auto illudiamo che se ci motiviamo e se abbiamo strutturato bene tutto allora diventa facile, e magari anche veloce.

Il cercare la ricompensa immediata è una tendenza comune, ma più delle volte non è la strategia giusta, le abitudini invece si basano su comportamenti ripetuti nel tempo che sul lungo periodo di consegnano il risultato certo. È meno affascinante, si possono fare meno slogan di marketing sulle abitudini perché sono lente e faticose, chi vuole acquistare qualcosa di lento e faticoso? Nessuno!

Per questo meglio non parlarne! 

Il fatto è che sono proprio le abitudini, quel lavoro ripetuto, stancante, difficile, faticoso che distingue le persone di successo da tutti gli altri. Le abitudini non è materiale interessante da condividere nelle stories di instagram me ne rendo conto, ma sono la strada per raggiungere uno e più obiettivi.

Ti racconto una storia: c’è un signore che vive in una casa di montagna, ogni giorno esce con la sua ascia e da 5 colpi ben assestati sempre allo stesso albero. Se questa azione viene ripetuta tutti i giorni, qual è sarà l’inevitabile destino di quest’albero? È ovvio che prima o poi l’albero cadrà.

Questa storia ci serve a capire che non è tanto importante ossessionarsi con gli obiettivi, è invece fondamentale chiedersi, una volta definiti gli strumenti giusti (l’ascia deve essere efficace ed il colpi ben assestati) per raggiungere gli obiettivi che mi sono prefissato, quali abitudini positive devo iniziare? Quali abitudini negative devo smettere?

Scriverò altri articoli più specifici sia sulla formulazione degli obiettivi e sia su come si iniziano e smettono le abitudini e vado a concludere il pensiero di oggi con un’ultima riflessione sulla ricompensa.

Avere ricompense immediate è stimolante, programmare ricompense a lungo termine non lo è affatto, per cui da dove posso trarre quel senso di soddisfazione nelle abitudini? Lo troverai nell’orgoglio che provi quando le metti in atto giorno per giorno, perché sarà la somma di abitudini positive a cui riuscirai a dare continuità a trasformarti nella persona che vuoi essere, per cui è vero che oggi non hai ancora il risultato desiderato tra le mani, ma ogni giorno, puoi considerarti fiero di te stessa/o perché hai fatto un altro passo importante verso la versione migliore di te!

E tu cosa ne pensi? Quanto sono importanti per te gli obiettivi? Quanto sei brava/o nel raggiungerli?

COACHING E MOTIVAZIONE

Cosa lega il Coaching alla Motivazione?

Credo che la risposta sia, una grande confusione! Nell’immaginario collettivo il Coach è colui che lavora sulla motivazione, ti grida “ce la puoi fare!”, è promotore del pensiero positivo, e sa darti tanti consigli su come vivere una vita piena e di successo.

Questo tipo di concezione è legata alla visione più americana del Coaching (del resto nasce lì), che trova le sue radici nel lavoro di Anthony Robbins, che per primo ha saputo dare visibilità su ampia scala al lavoro del Coach. In Italia, la trasposizione di ciò che fa Robbins, la dobbiamo a Roberto Re, a Claudio Belotti, a Roberto Cerè (con un taglio più business), grandi Coach ma anche grandi Trainer.

Si perché quando Tony Robbins fa il Coach lo strumento principale che usa sono le domande, quando invece fa il suo show dal vivo con 6000 persone, li è un Trainer, dove insegna metodi pratici per avere successo, per superare difficoltà, per sviluppare una crescita personale e vivere meglio.

Sono questi grandi show che finiscono nei video promozionali (o su Netflix) ed è a questi eventi che si attribuisce il ruolo di Coach, perché è vero che lì c’è un Coach che sta parlando, ma in quel momento sta svolgendo un altro lavoro, quello di Trainer.

Per cui il Coaching si associa alla motivazione per questo equivoco, infatti, nel percorso di Coaching, che si svolge nel segreto della consulenza privata dove non ci sono telecamere, l’aspetto motivazionale non è indispensabile, non è cercato dal Coach, non è primario, spesso non è proprio presente. Questo perché non è detto che li cliente abbia bisogno di motivazione, ciò di cui ha bisogno il cliente è una risorsa che emerge durante il percorso, e che appartiene già all’universo della persona e insieme al Coach si va a scoprire come utilizzare questa risorsa in maniera più generativa e nuova.

È, invece molto probabile, che un cliente, al termine del percorso di Coaching si senta particolarmente motivato. Questo succede spesso, ma questo effetto è il risultato dell’intero percorso, delle consapevolezze in cui è inciampato e dei cambi di prospettiva che ha saputo accogliere e non direttamente del “Dai ce la puoi fare!”.

Sicuramente nelle fasi finali di un percorso di Coaching, che è fatto di domande, silenzi, ascolto, feedback e riflessione, può esserci anche spazio per la motivazione, intesa come l’invito del Coach a stimolare un’azione nuova, un’azione basata sulla consapevolezza nata durante il percorso e che, a volte, necessita di una piccola spinta esterna per essere messa in pratica.

Un ambito di Coaching dove l’elemento della motivazione è più visibile, e quindi accostabile, è quello sportivo, dove, ancora una volta, non rappresenta l’elemento centrale del percorso, ma ne diventa più un accessorio aggiuntivo, che somiglia più al tifo che il Coach fa nei confronti del Coachee nel saper mettere in pratica ciò che ha imparato.

Ci tengo a fare questa giusta distinzione perché spesso il ruolo del Coach viene denigrato al semplice motivatore, che di per sé non rappresenta nessuna delle fasi del percorso di Coaching.

Se ti affidi ad un Coach ti affidi ad un professionista allenato a riconoscere dinamiche profonde della persona, allenato a fare domande efficaci, a dare feedback potenzianti e a saperti stimolare in modo da fare insieme un percorso evolutivo in cui non cambi te stesso, ma diventi ancora di più te stesso, ancora più consapevole delle tue capacità e possibilità.

E tu cosa ne pensi? Cosa pensi sia il Coaching? Sei interessato a saperne di più?

COACHING E CONVINZIONI LIMITANTI

Come il Coaching può liberarti da tante convinzioni limitanti

Il tema delle convinzioni limitanti è a me molto caro, da ragazzo mi hanno condizionato molto e con alcune ci faccio ancora i conti, e le incontro ogni volta che mi confronto con un cliente. Il problema è in genere lì, in qualche convinzione che la persona ha su di sé, o sugli altri o sul mondo che lo blocca e non gli permette di raggiungere un obiettivo che desidera, di essere la persona che vuole essere, di vivere la vita che sogna.

Lavorare sulle convinzioni non è semplice, perché alcune sono molto radicate e quindi difficili da cambiare, non basta chiudere gli occhi, immaginare che andrà tutto bene e per magia si risolve tutto, serve scendere in profondità, riconoscerle in ogni loro aspetto e saperle trattare. 

Quando si lavora su una convinzione limitante, una volta individuata, non bisogna agire con violenza per estirparla con brutalità, forse è ciò che il cliente dichiara di volere, forse è ciò che anche il coach desidera fare, per garantirsi un effetto wow, ma non è ecologico, non è la soluzione. Non lo è perché quella convinzione sta li per un motivo, non è erbaccia cresciuta a caso, ma è una sensazione di certezza che è lì perché la persona la considera, inconsapevolmente, utile. Le convinzioni limitanti hanno un’utilità, altrimenti non le conserveremmo per così tanto tempo, non ce le terremmo strette a noi. 

Facciamo degli esempi, “non ne combino mai una giusta”, quale può essere il motivo utile per cui questa convinzione esiste nella mente di una persona? In genere queste convinzioni sulle proprie capacità servono ad evitare il prossimo fallimento, la prossima delusione, la prossima performance negativa, ci protegge dal dolore di dover sopportare un’altra sconfitta. 

“Nessuno mi amerà mai seriamente”, da cosa può proteggere questa convinzione? Dal dolore di una possibile prossima delusione, dalla frustrazione di ritrovarsi in un’altra relazione tossica. 

Capiamo quindi che è importante cogliere ciò che c’è dietro la convinzione, chiedersi, “ma perché è li?” fare in modo che di questo perché se ne renda conto il cliente e poi si può lavorare sull’esigenza che c’è dietro in modo di accoglierla, prenderla in carico e trovare un modo alternativo, però questa volta potenziante, di poterla soddisfare. 

Il modello di Coaching che uso, quello Sistemico, si basa proprio sul lavorare con ciò che è presente, e che ciò che è presente è una risorsa da poter utilizzare, tutto nella persona è utilizzabile, anche le convinzioni limitanti. Questo è un modello di Coaching rispettoso della persona, che non entra e distrugge per ricostruire, ma riconnette in una forma più generativa ciò che già c’è, apportando quei cambiamenti necessari e che sono coerenti con la coreografia della persona.

E tu cosa ne pensi? Quali sono le convinzioni che più ti limitano? E, riflettendoci su, quali esigenzi stanno proteggendo?